Hari Gawai

Iniziano i grandi preparativi per Hari Gawai che ufficialmente si tiene la mezzanotte del 31 maggio, è una specie di anno nuovo in cui parenti e amici si rivedono dopo tanto tempo e festeggiano il nuovo periodo sperando che sia prospero in termini di raccolto e fortuna. 
L’usanza prevede che gli ospiti arrivino alla long house chiedendo di entrare. J mi aveva anticipato che avrei dovuto fare da esca per eventuali ospiti, sedendomi sui gradini del portico e invitando i passanti a unirsi ai festeggiamenti. Ma a quanto pare non ci sono ospiti e questo mi mette un po’ di tristezza anche se era prevedibile. Il villaggio è composto da due long house e dista chilomentri dal primo centro abitato, quindi gli ospiti sono lì a sbronzarsi da giorni. Mi sorprende come i festeggiamenti siano nettamente divisi tra le due long house, immagino che fra alcuni di loro non corra buon sangue.
Non essendoci persone in visita gli osti fungono anche da ospiti. Continua a sembrarmi un po’ triste come cosa ma in un certo senso è anche affascinante perché diventa una specie di messa in scena e lo scopo è quello di far rivivere la tradizione. Tutti si mettono in ghingheri, innalzano la bandiera malesiana e scendono al fiume con tutti gli strumenti, suonando la sinfonia tradizionale. Dopo risaliamo dal fiume ed entriamo nella long house dove in cima a una delle scale ci aspetta il capo del villaggio con un gallo in mano. Ci bagniamo i piedi in un bacinella per purificare il nostro ingresso e passiamo davanti. Al passaggio il capo solleva il gallo sulle teste di ogni ‟ospite” come segno di buon auspicio. Una volta entrati pranziamo e beviamo insieme.
Poco più tardi, gli anziani aiutano i giovani a preparare il miri, il cibo degli spiriti. Sono frutti secchi, biscotti, tabacco, una strana pasta bianca che viene spalmata su delle foglie. J mi spiega che è importante che i giovani imparino, affinché la tradizione non venga persa. Il rituale richiede un certo tempo e sembra seguire regole precise anche per quanto riguarda la disposizione, tutto il cibo viene messo all’interno di un cesto e appeso alle finestre del portico, poi coperto con un telo vecchio di decine di anni, a volte anche un secolo. Uno dei giovani prepara i bicchieri del rice wine per i presenti, l’anziana della casa prende un gallo, lo pone al ragazzo che ne taglia un pezzo della cresta e bagna alcune foglie con il sangue che verrano messe nel cesto. Il gallo viene poi sollevato e agitato più volte sui presenti e sul cesto. In questo modo, durante la notte di Gawai, gli spiriti non andranno in collera perché troveranno qualcosa da mangiare. Chiedo a J se crede a tutto questo. Non è convinto del fatto che i fantasmi possano mangiare il loro cibo ma molte persone ne sono fermamente convinte, e ovviamente è tradizione. Dopo tutto, il mattino successivo le ceste saranno vuote.
Cerco di riposare il più possibile e salto alcune visite, a quanto dicono sono previsti festeggiamenti per tutta la notte e la veglia fino all’alba. Mi preparo fisicamente e psicologicamente. La serata prevede una gara di karaoke (con tanto di giuria) e una lotteria. Mi chiedono di cantare ma sono irremovibile, in compenso estraggo qualche numero, presento i vincitori con la scioltezza di Mike Bongiorno e offro loro i premi con la grazia di Sabina Ciuffini.
Alle 22 J è distrutto e va a letto, sono allibito. Continuo a bere e a ballare con i suoi amici, a mezzanotte scoppiano alcuni botti, giugno è finalmente arrivato. Mi accorgo che la long house si è svuotata e chiedo come mai. Mi spiegano che la maggior parte di loro è andata al fiume a lavarsi per purificarsi da tutto quello che di negativo è successo l’anno precedente. Mi secca aver perso anche questo rituale ma J è ancora in coma e i suoi amici ubriachi. Continuo a ballare, sono stanco ma il mio intento diabolico e farli crollare il più in fretta possibile. Bevo grandi quantità d’acqua e intervallo raramente con della birra, ballo forsennatamente e incito a seguirli conscio che per loro deve essere uno sforzo immane. J emerge all’1 ma non sembra in forma. Io riscuoto un certo successo e da dieci rimaniamo in quattro. Noto che la madre di J aspetta che tutti finiscano per ritirare lo stereo e le casse così decido di chiudere il ‟locale” alle 3, tutti acconsentono. Sono incuriosito da loro comportamento, hanno passato la serata a incitarmi e alla fine sono tutti caduti prima del tempo!
Pensando che il grosso dei festaggiamenti sia ormai fatto e non essendo al corrente del programma della giornata mi perdo gran parte del tour delle case. Il primo di giugno si beve e si mangia a ogni appartamento della long house, questa volta c’è molta più gente perché le donne non devono sgobbare in cucina. Credevo fossero le ennesime visite a caso quindi non ci do molta importanza ma J sembra molto infastidito dalla mia assenza che per forza di cose spicca, in quanto proprio quel giorno sono tutti lì. Li raggiungo nel primo pomeirggio, passiamo di casa in casa, bevendo e mangiando. È dura per me mantenere il ritmo, non tanto per l’alcol quanto per l’impossibilità di comprendere gli innumerevoli discorsi, anche se da ubriachi sono meno timidi e provano a parlare con me un po’ di più, tentativo che è spesso sabotato dall’alcol. La sera ci aspettano ancora birra, danze e canzoni.

Marcheting Enterprais. Considerazioni finali

Ho tempo all’incirca una settimana per telefonare a Lorella e darle una risposta in merito alla mia adesione alla Marcheting Enterprais. Cerco di considerare la prospettiva da un punto di vista oggettivo, come se volessi veramente fare questo lavoro. Non mi riesce molto bene. Mi immagino andare di porta in porta e recitare la formula decantata più volte da Lorella durante la giornata sul campo, immagino il freddo, l’oscillazione del mio umore già instabile, le brutte risposte, i conti da fare per vedere quanto ho guadagnato ogni settimana… È difficile immedesimarsi in qualcosa di simile se sei sul divano di casa, in tuta e con una tazza di caffè in mano, con la sola prospettiva di scrivere un post sul tuo blog, leggere un paio di articoli sull’Huffington Post e guardare un replica di Modern Family.
Assorto nelle mie riflessioni sento il campanello.
– Salve, scusi se la disturbo. Siamo dialogatori di Save the Gerbillo, conoscerà sicuramente l’associazione in quanto ha fama mondiale e mira a raccogliere fondi per i gerbilli in difficoltà. –
– Sì, ho presente. Voi lavorate direttamente con l’associazione. –
– Ehm… a dire il vero no, siamo collaboratori esterni incaricati dalla Dairect Selling per conto di Save the Gerbillo. –
– Siete assunti? –
– Ehm… no, lavoriamo in autonomia, veniamo pagati in base alle offerte raccolte. –
– Capisco, quindi siete pagati su commissione per ogni offerta ricevete un tot. o una percentuale in base all’offerta? –
– Ehm, un somma fissa. –
– Quanto? –
– Non possiamo dirlo. –
Claudia è moto carina, sembra un studentessa  ma in realtà ha 28 anni, come scoprirò a breve. Con lei c’è Francesco, un dialogatore silente che immagino abbia la stessa funzione di quella che avevo io quando andavo in giro con Lorella, ovvero  essere formato. Chissà se anche alla Dairect Selling riconoscono i potenziali donatori in base alle luci dei semafori. Io sono una luce rossa ma sto facendo finta di essere verde, anche se probabilmente Claudia e Francesco mi vedono arancione. Sono lievemente spiazzati dal mio atteggiamento inquisitorio, non aiuta a metterli a loro agio il fatto che mentre parlano io prenda appunti.
– Quindi voi lavorate per la Dairect Selling… –
– Sì ma ogni mese una signora di Save the Gerbillo arriva da Roma per farci la formazione! –
– Bene, quindi siete seguiti con attenzione. E l’eventuale versamento viene fatto alla Dairect Selling o a Save the Gerbillo? –
– Certo, come può vedere da questo modulo, il versamento è fatto direttamente sul conto corrente della sede di Roma. –
– Quanto deve essere la somma per il versamento? –
– Può essere anche solo un euro, ma sarà addebitato sul suo conto ogni mese. –
– Ah ecco, voi cercate quindi la donazione fidelizzata… –
– Sì esatto, perché una tantum non sarebbe di grande aiuto mentre così possiamo garantire un sostegno continuo a Save the Gerbillo. –
– E la gente lo fa? –
– Certo! Ogni settimana registriamo decine di donazioni! La gente è molta contenta di aiutarci e di adoperarsi per una causa come questa. Qui puoi vedere le nostre statistiche. –
Claudia mi porge un volantino laminato molto colorato, raffiugrante una serie di grafici a torta. Lo scruto con attenzione, non mi interessano i loro numeri, mi interessano le fonti.
– Ma questo chi l’ha fatto? –
– Ehm… questo ce l’ha dato l’associazione, sono io che l’ho laminato! –
– Capisco, ma puoi vedere anche tu che questo è solo un foglio, seppur laminato,  con  grafici colorati. Cioè, dove posso verificare questi numeri? Non c’è un colophon o una riga di copyright a margine o anche solo una nota, puoi averlo fatto tu in Photoshop questa mattina e non saprò mai se i dati che riporti sono veri. –
– Certo, ha ragione, ma può sempre verificare sul sito o chiamare l’associazione… –
– Sul sito trovo i dati quindi? –
– Ehm, certo! –
– Ok… – Fingo di annotare la preziosa informazione. – Quindi fatemi capire, voi non avete nessun tipo di contratto, ferie, malattie… –
– Ehm no… –
– Ascolta, che cosa ne pensate del fatto di non avere uno stipendio fisso e di essere pagati solo in base alle offerte raccolte, senza nessun tipo di garanzia per il futuro o anche solo ferie, giorni di malattia… –
– Io forse sembrerò una ragazzina ma ho 28 anni, – dice con fermezza Claudia, – faccio questo da due anni perché ritengo la cosa sia onesta e corretta e sono contenta di essere pagata per la mia prestazione! Trovo molto importante adoperarsi per questa causa. – Francesco tace e si guarda la punta delle scarpe.
La dichiarazione di Claudia mi sorprende, mi intrisitsce e mi fa arrabbiare allo stesso tempo. Non capisco se le sia stato fatto il lavaggio del cervello o se veramente crede a quello che dice. In entrambi i casi è inquietante, e nel secondo anche molto triste.
– Ah da due anni… è molto tempo. Però un conto è servire una causa, un conto è avere un lavoro e riuscire a fare entrambi. Tu potresti francamente fare volontariato e aiutare i gerbilli in Africa ovunque essi siano. –
– Certo, ma io non posso volontariato, ho bisogno di mangiare. –
Qui Claudia commette un piccolo errore, oltre al fatto di lavorare per la Dairect Selling da due anni. Se si gioca la carta della “giusta causa” non è possibile, dopo, cambiare il mazzo e giocare quella del “devo mangiare”,  perché il mio punto è proprio questo: lavorando alla Dairect Selling (o per la Marcheting Enterprais) non puoi mangiare, o forse puoi fare giusto quello.
– Ecco è proprio questo il punto, non sarebbe meglio fare puro volontariato sul campo oppure avere un fisso di base e poi essere pagati per prestazione, una cosa non esclude l’altra. –
– Se avessimo un fisso le nostre prestazioni sarebbero ridotte. Io sono consenziente nel fare quello che faccio. –
Ecco nuovamente l’agghiacciante risposta. Il bastone e la carota. Ma si è consenzienti.
– Ma posso chiedere perché la Save the Gerbillo non vi assume direttamente, perché non dà a voi i soldi che probabilmente dà alla Dairect Selling? –
– Perché sarebbe complesso per loro controllare e gestire tutti gli operatori. –
Altra cazzata. Diciamo che sarebbe molto più costoso. Perché per un’organizzazione conosciuta a livello mondiale dovrebbe essere complesso gestire persone incaricate di raccattare offerte? Sospiro.
– Mi piacerebbe aiutarvi, sono favorevole alla causa ma sono contrario al vostro contratto di lavoro e alla scelta di Save the Gerbillo di appaltare a un’agenzia esterna un lavoro del genere. –
Claudia e Francesco mi salutano cordialmente. Chiudo la porta, questo episodio pare un giusto epilogo alla mia esperienza. Eppure la fermezza e l’entusiamso di Claudia mi fanno riflettere. Com’è possibile avere 28 anni è credere che quelle condizioni lavorative siano corrette? Il fatto di essere spinti da scopi umanitari, come ho scritto prima, non regge. Se hai ambizione a questo livello vola in Cambogia in una scuola o in un’associazione che combatte il traffico umano nelle Filippine, o aiuta a costruire dei sistemi di irrigazione in Africa… Le opzioni sono diverse, l’ho fatto perfino io, che non ho alcuna velleità umanitaria. Claudia ha 28 anni ed è una donna, anche nel caso non volesse avere un mutuo, un marito o un bambino, lavorare per anni bussando porta a porta senza raggiungere obiettivi formativi, personali o anche solo economici, non dovrebbe essere un forte deterrente?
Il mio amico Alfred si altera quando sente questa storia. Arriva a comprendere che una società telefonica o del gas utilizzi questi metodi per registrare contratti. In fondo il loro scopo è il profitto, le regole sono (alla fine) chiare, quello che a loro serve è avere contratti senza spendere un soldo. Ma per quanto riguarda un’associazione che si occupa di aiutare i gerbilli, i cani, i bambini o i senza tetto… non è contradditorio e immorale sfruttare decine di giovani in nome della causa e indurli a credere che questo sia giusto? Secondo Claudia e molti altri non lo è.

Quattro matrimoni e un ghost festival

Durante le vacanze di Hari Gawai è comune che alcune coppie decidano di sposarsi, perché i parenti sono già tutti riuniti per la festa. La sera successiva al mio arrivo è previsto un matrimonio, andiamo lì con le moto, è un villaggio vicino. Arrivati ci sediamo per terra, a brindare con i genitori degli sposi. Assisto alla vestizione della sposa. Ci sono alcune difficoltà con il vestito data la stazza e con la disposizione dei gioielli: una cintura dorata intorno alla vita e una cresta di metallo fra i capelli che fatica a stare eretta. La cerimonia in sé non è nulla di speciale, gli sposi sono comparse in un certo senso, stanno seduti cercando di sudare il meno possibile e ascoltano i consigli degli anziani, non sorridono quasi mai. Dopo viene aperta una scatola blindata con filo di ferro, dentro ci sono dei frutti e del cibo come augurio. Il frutto (non ricordo il nome) viene tagliato a metà e le due parti sono lanciate come dadi, a seconda di come cadono indicano buona fortuna e figli per gli sposi. Una folla di gente si ammassa intorno alla cassa e inizia a urlare e ridere dall’eccitazione cercando in tutti modi di far cadere le metà del frutto dalla parte giusta. Gli sposi nel frattempo rimangano seduti al di fuori del cerchio di gente che sembrano averli dimenticati. Viene tagliata la torta che presenta le statuine degli sposi sull’ultimo strato. La coppia taglia una fetta, una per ciascuno, e infilano gli anelli, è la parte più occidentale della cerimonia. Alla fine gli sposi distribuiscono un bicchiere di liquore a tutti i presenti, va consumato immediatamente e tutti bevono dallo stesso bicchiere.
Dopo alcuni bicchieri mi sciolgo e ballo con gli invitati, propongo di ballare ad alcune donne che siedono tutte insieme in un lato del cortile, molte scappano terrorizzate altre accettano ma dopo un po’ si vergognano e tornano a sedere. Mi intrattengo con una bambina che parla inglese discretamente e cerco di farla ballare ma è fermamente decisa a rimanere al suo posto e mi dice che sono un “crazy guy”. Mi sto divertendo finché Jack mi suggerisce di non parlare più di tanto con la bambina, chiedo perché ma ovviamente non risponde, immagino sia dovuto alle attenzioni che usualmente gli occidentali hanno verso le bambine asiatiche. Mi intristisco e arrabbio non poco per il rimprovero ma non si può combattere contro certi stereotipi e comunque sono ubriaco.
Sono raggiante quando qualcuno cerca di parlarmi in inglese e solitamente sono i ragazzi più giovani ma si contano su una mano. Un tizio di una certa età si attacca particolarmente a me ma tra l’alcol, l’iban e alcune parole di inglese non capisco quasi nulla, e non c’è modo di liberarsene. Jack cerca di allontanarmi, è molto protettivo in queste circostanze. Mi addormento, non so quando. Jack mi sveglia e mi dice che sono tutti troppo stanchi per tornare al villaggio e suggerisce di incamminarci a piedi. Mi ritrovo nel soggiorno senza ricordare come sono arrivato lì, chiedo se sia convinto di camminare nella giungla di notte e pare di sì. Per me non c’è niente di meglio, camminare nella giungla (sembra pià un boschetto), nel cuore della notte, la luna è piena e illumina tutto il sentiero. Faccio il cretino e Jack mi intima di smetterla, non smetto e a un tratto scoppia a piangere. Gli chiedo che succede e dice che non vuole scherzare qui perché ha paura dei fantasmi. Gli spiriti, se fai baccano, ti passano attraverso per farti smettere e non sai mai che cosa possono lasciare. Lo informo che i fantasmi non esistono e se esistono si fanno i fatti loro ma è dura lasciare cadere certe credenze ataviche solo perché un orang putih lo dice. Jack è la prima persona seriamente intimorita dagli spettri che abbia mai incontrato. Arriviamo all’alba, abbiamo camminato per  oltre un’ora ma non me ne sono accorto, i 20 galli che razzolano intorno al villaggio hanno già iniziato il concerto e la madre di Jack si è appena alzata e inizia ad armeggiare ai fornelli, penso che sarà impossibile addormentarsi.
Passo la mattina a dormire, il pomeriggio facciamo alcune visite di cortesia. Alla sera ci si prepara per raggiungere un’altra long house lungo il fiume in occasione di quello che chiamano ghost festival. È un memoriale per celebrare un defunto, di solito avviene non prima di un anno dalla sua scomparsa ma solitamente per racimolare i budget necessario ai festeggiamenti occorre aspettare anche tre o quattro anni. Jack fa il pignolo sul mio vestiario, ho l’impressione che voglia sfoggiarmi e che i miei semplici vestiti da backpacker non lo soddisfino. Trovo la situazione surreale dato che la maggior parte di loro indossa quasi sempre costumi da bagno e canottiere macchiate di grasso di maiale, cerco di ignorarlo il più possibile.
Per arrivare al villaggio ci imbarchiamo sulla long boat e ci addentriamo nella giungla controcorrente. È quasi buio e intorno a noi ci sono solo alberi e il fiume. Jack mi racconta che qualche volta ha fatto campeggio lungo il fiume con suo fratello e il suo amico Riky, dormendo lì tutta la notte.
Arriviamo al villaggio, posiamo le nostre borse e andiamo a “fare la doccia” al fiume nell’oscurità più completa. È una di quelle cose che pare impossibile ma che alla fine non risulta così problematica. Dopo iniziamo il tour delle varie famiglie. Questa long house è una delusione, è fatta in cemento! Dall’esterno somiglia a una fila di villette a schiera, all’interno un enorme garage. Questa volta cerco di bere con moderazione anche se non è facile: i dolci sono rapidamente alternati al maiale, il tuak (vino di riso) al whiskey e alla birra. Scambio qualche parola con un signore che era solito viaggiare sulle navi o lavorare su piattaforme petrolifere, mi chiede da dove vengo, gli rispondo che sono italiano e pare stupito. Mi spiega che di solito gli italiani non hanno un buon inglese. Sono affascinato, certi pregiudizi (veri o no) non hanno confini. Nel cuore della giungla, in un villaggio in cui il 10 percento degli abitanti parla un inglese di base, la nostra scarsa propensione alle lingue è ancora un tratto distintivo. I festeggiamenti vanno avanti tutta la notte, superate le proteste dei ragazzi più giovani di interrompere la musica tradizionale, principalmente suonata con un grande tamburo e un sorta di grande xilofono,  viene acceso un dj set da club con una serie di successi locali. Anche in questo caso mi scateno nelle danze. Jack alterna momenti di iperprotezione quando mi assento più del dovuto per andare in bagno (che è un cespuglio all’aperto) a momenti di menefreghismo completo quando due tizi, nonostante numerosi dinieghi, mi sollevano di peso per farmi ballare facendomi rovesciare una quarantina di bicchieri.
Chiedo di dormire e mi propone due cuscini in uno stanzone illuminato con un neon accanto alle casse dello stereo, alza pure gli occhi quando gli chiedo dove poter togliermi le lenti a contatto. Cerco di dormire ma è un’impresa, in ogni caso dopo poche ore è giorno e anche ora di fare ritorno. Jack è ubriaco e a malapena sopportabile. Dopo la doccia al fiume vado a dormire con il solito concerto di galli e pentole. Mi sveglio al pomeriggio, Jack non ha dormito ma ha continuato a bere con i suoi amici. Quando mi sveglio lo trovo steso nella latrina del bagno sul suo vomito, la madre mi guarda stringendosi nelle spalle e a gesti mi chiede di toglierlo da lì. Di malavoglia lo sollevo, gli getto qualche secchio di acqua addosso (non lo scalfisce) e lo stendo nel secondo soggiorno.
– L’unica occasione che queste persone hanno per bere è Hari Gawai e Natale, – mi spiega con fare saccente quando si sveglia. In ogni caso questa regola non riguarda lui, dato che è solito sbronzarsi quasi ogni sera nei bar di Singapore.
Quella sera partecipiamo a un altro matrimonio, nell’altra long house del villaggio, sono tre le coppie questa volta ma non sono amici di Jack. Beviamo (e che altro?) facendo visita ad alcune persone. Jack è ubriaco presto, lo conduco a casa.