Chennai Pride March. Proud to be there

Ho scritto questo post nel luglio del 2013, dopo aver partecipatoal Pride di Chennai. Lo pubblico ora, dopo un mese dall'anniversario che celebra in quasi tutto il mondo il riconoscimento dei diritti di persone LGBTQ.
Sono stato in India nel momento in cui l'omosessualità non era considerata un atto criminale perché depenalizzata il 2 luglio 2009. L'11 dicembre 2013 il ribaltamento della sentenza della Corte Suprema ha nuovamente reso l'omosessualità un crimine.
Ovviamente non basta una sentenza, positiva o negativa che sia, acambiare il pensiero comune radicato nella società attraverso decenni. Ma avendo visto le persone di Chennai marciare per i loro diritti con un impegno e un'intensità tale, ho trovato maggiormente grottesco e triste saperli privati anche di quel piccolo brandello di riconoscimento che avevano ottenuto da così poco tempo.

Nel consueto giro di ronda sui soliti social network, vengo a sapere che il 30 giugno ci sarà un Pride in Chennai. Dopo mesi di viaggio comincio ad avere un po’ di nostalgia dell’Italia, mi spiace avere perso il Pride a Torino e non riesco a capacitarmi del fatto che sia quasi luglio. Chiedo ulteriori informazioni ma l’idea stessa di Pride non sembra riscuotere successo e sicuramente non entusiasma la maggior parte degli indiani che mi ha contattato, solitamente sposati o comunque non dichiarati. Vipin ha poco più di vent’anni e mi ha chiesto più volte di incontrarlo. Gli propongo di vederci al Rajarathinam Stadium, ad Egmore, dove la marcia del Pride partirà per poi proseguire fino alla fine di Langs Garden Road. Mi dice che è a suo agio con l’essere gay ma che non le è a partecipare apertamente a un Pride. Mi sarei aspettato la sua risposta da qualcuno di un’altra generazione.
L’India è un paese a maggioranza hinduista, con una minore percentuale di musulmani e cristiani. Non c’è nessun riferimento esplicito all’omosessualità nei testi del Rigveda e gli esponenti del culto hanno assunto diverse posizioni, spesso diametralmente opposte, nel corso dei secoli. Non si è propensi qui a parlare di sessualità, anche per quanto riguarda tendenze eterosessuali. Come mi spiega il mio amico Chandra, incontrato porco prima della partenza del corteo, è normale vedere uomini abbracciati o che si tengono per mano ma è impensabile in alcuni contesti vedere un uomo e una donna insieme. È un tipico paradosso sociale che avviene solitamente in quelle culture dove la sessualità è un tabù: la repressione dei rapporti e dei contatti fra uomini e donne fa sì che si crei una maggior fisicità fra membri dello stesso sesso, elemento comune anche in alcuni paesi di religione musulmana. Ovviamente, non è necessario che questo atteggiamento sfoci in qualcosa di più che un semplice tenersi per mano ma la linea di confine è spesso sottile e non facile a definirsi. Spiego al mio amico che in Italia, paese in cui i ruoli e l’intimità sessauli sono ben definiti, prendere per mano un uomo sarebbe impensabile. Oltre al fatto culturale, occorre considerare la questione politica.
In India l’omosessualità è stata decriminalizzata dalla Delhi High Court nel 2009, considerata illegale dal 1860 con la redazione dell’articolo 377 (britannico) che indica come reato tutti gli atti “against the order of nature”. Ma non basta l’abrogazione di una legge a cambiare la mentalità e il modo di pensare vecchi di secoli e come spesso accade i pregiudizi sembrano radicati fra gli omosessuali stessi. È difficile combattere una legge ma ancora più complesso è affrontare se stessi, la propria cultura e la propria famiglia che in India risulta particolarmente pressante quando si tratta di matrimonio.
Leggo il volantino che ho scaricato dal sito del Pride, tra i punti da combattere per ottenere il riconoscimento dei propri diritti la famiglia è considerata una delle maggiori fonti di disagio per i giovani omosessuali indiani, al pari del bullismo nelle scuole e sul lavoro. Informo la mia amica Wafa del mio programma e le chiedo se vuole accompagnarmi ma, come sospettavo, esita e poi mi risponde di no. Le chiedo perché ma non sa darmi una risposta, mi dice di non preoccuparmi ma che preferisce non venire. Sottolinea che mi vuole bene. Insisto nel chiederle una ragione ma non è in grado di darmela. In realtà è semplice, il Corano non ammette di marciare per i diritti dei gay. Anche se non c’è nulla di specifico riguardo all’argomento, supportare apertamente gli omosessuali non suona corretto. Sospiro e studio il tragitto che occorrerà fare il giorno dopo.
Trovo facilmente un risciò senza contrattare più di tanto e arrivo al Rajarathinam Stadium. Non ci sono molto persone, principalmente giovani ragazzi indiani e alcuni europei che vivono in Chennai. Mi guardo intorno, la sensazione è differente rispetto a quella italiana o di altri paesi. Il caldo non dà tregua e tolte alcune bandiere sgualcite e palloncini gli unici colori che si intravedono sono il giallo delle strade impolverate e il verde militare dei numerosi poliziotti che, radunati sul lato opposto della strada, sorvegliano la situazione.

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Chandra mi riconosce quasi subito, ho parlato con lui su Grindr e mi ha dato informazioni sul luogo e l’orario. È molto gentile, non ha la stessa attitudine delle persone che hanno sempre vissuto in India, è più aperto e spigliato. Mi racconta infatti di essere indiano ma di aver vissuto per sette anni negli Stati Uniti, la prossima settimana si trasferirà a Parigi per oltre un anno. Mi chiede se ho fatto il mio coming out e gli rispondo di sì, da tempo. Vuole sapere che cosa pensa la mia famiglia ed è contento di sentire che i miei genitori e mia sorella mi hanno sempre supportato. Gli chiedo dei suoi genitori e mi dice che sanno ma che non ne parlano.
– Come l’hanno saputo? – gli domando.
– Continuavano a chiedermi di sposarmi e alla fine gli ho detto di no perché sono gay. Da allora non mi hanno più chiesto di sposarmi. – La situazione di Chandra è atipica da queste parti, lui è un uomo colto che ha vissuto per anni in un paese occidentale e liberale sotto questo aspetto, ha quindi in qualche modo interiorizzato l’autoconsapevolezza relativa alla sua condizione ed è riuscito a esprimerla ai propri cari. Non è da tutti.
Mi fa notare l’arrivo dei transgender, alcuni di loro indossano le uniformi del proprio lavoro. Ci sono un avvocato, un medico, un poliziotto… chi decide di cambiare sesso è una persona come tante che fa un lavoro come tanti. Questo è il messaggio che vogliono trasmettere. Un ragazzo che distribuisce maschere attira la mia attenzione. Non è per scherzo o giocare a travestirsi è per l’anonimato.
Iniziamo a muoverci. Solitamente la marcia viene fatta lsul lungomare e nel viale principale ma quest’anno la città di Chennai non ha dato il permesso e, a causa di alcuni lavori di manutenzione delle strade, i corsi maggiori sono chiusi. Dobbiamo accontentarci di strade secondarie circondate da montagne di rifiuti che sembro essere l’unico a notare mentre sfiliamo davanti a saracinesche abbassate e porte chiuse. Non c’è partecipazione dalle famiglie se non una timida curiosità, è come manifestare in un seminterrato o nel retro di un negozio. Eppure nessuno sembra farci caso. L’unica nota di intrattenimento è data dal ritmo dei tamburi e da un gruppo di transgender che ballano danze locali. Alcuni sollevano in aria le bandiere, i palloncini e i cartelli scritti per lo più in tamil. I poliziotti ci sorvegliano marciando con noi e guardandoli mi sorge il dubbio che non siano lì per lavoro ma per supportare la causa.

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Una volta entrati in Langs Garden Road, dopo pochi metri, arriviamo a un grande incrocio dove è stato allestito un piccolo palco. Adesso, la folla sembra un po’ più numerosa e tutti si accalcano sotto le casse per ascoltare i discorsi degli esponenti dei gruppi LGBT principali. Purtroppo parlano sempre in tamil ma noto un grande supporto e attenzione per i diritti dei transessuali. Chandra mi spiega che in Chennai la comunità di transessuali è piuttosto cospicua, vengono a vivere qui anche da città come New Dehli o Bangalore perché si sentono più tutelati. A seguire uno show di danze locali. Chiedo a Chandra come mai non si ascoltano gli ultimi successi pop e mi spiega che le canzoni tamil popolari destano l’attenzione delle persone nei dintorni.
Alla fine dello show tutti si disperdono gradatamente, in modo discreto come è iniziato così tutto si conclude. Poco più tardi davanti a un frullato, Chandra mi chiede se quello che ho visto è molto diverso dall’Italia, la domanda suona retorica. Istintivamente rispondo di sì ma esito e penso: “In quali termini?”. Più persone mi hanno posto questa domanda in Malesia ma francamente, escluse le differenze macroscopiche, i nostri diritti o la mentalità del nostro paese non differiscono di molto.
Penso ai carri multicolore, alle canzoni di Lady Gaga, alle birre e alle sigarette che inevitabilmente accompagnano le nostre proteste, ai ragazzi palestrati che sfoggiano gli addominali ai boa e alle dragqueen. Qui non c’è niente di tutto questo e forse è strano che trovi la cosa sorprendente. Chandra mi mostra orgoglioso un cartello con una scritta in tamil che dice: “La sessualità non è una malattia. È una scelta”. Sono stupito ma non commento, occorre fare un passo indietro per comprendere quella scritta. Forse fra alcuni anni il concetto di scelta verrà accantonato come ora quello di malattia ma per adesso “la scelta” rimane la versione migliore.
Probabilmente è questa la principale differenza rispetto ad alcuni paesi occidentali. In India non ci sono i soldi e il tempo per bere una birra e ascoltare Rihanna durante il Pride. In termini di diritti c’è ancora troppa strada da fare per permettersi distrazioni. Io non credo ci sia nulla di male nel mostrare la propria uguaglianza e al tempo stesso divertirsi, tuttavia l’esperienza del Pride indiano ridotto all’essenziale mi ha colpito. Guardavo quei ragazzi, alcuni indossavano maschere ma l’unica cosa che aveva importanza per loro era essere lì, presenti.
Mi viene da pensare che il lusso dei coriandoli e delle piume di struzzo può essere una prerogativa di quei paesi che hanno già ottenuto alcuni diritti e lottano per ottenerne di nuovi. Poi mi viene in mente che l’Italia di diritto non ne ha alcuno.

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Sepoltura

La salma deve rimanere in casa, ma non più di tre giorni, perché poi puzza. Non si sentono rumori nel villaggio eccetto i lamenti delle delle donne che piangono il defunto. In questo caso non sono parenti ma comparse. I nipoti dell’uomo che ci ha lasciati arrivano portando la bara e pagando alcuni degli abitanti che hanno anticipato le spese per la cerimonia e il cibo. Ogni sera si mangia insieme, sotto il gazebo costruito per l’occasione.
Non conosco molto dei riti funebri di altri paesi, a dire il vero conosco poco del mio e quando mi domandano qualcosa realizzo come siano differenti le tradizioni in Italia tra nord e sud. Non so nemmeno se quello che ho fatto io per i funerali dei miei nonni sia comune o meno. In questi momenti gli Iban stanno insieme, sicuramente si tratta anche di convenzione sociale e non solo generosità di spirito ma essere presenti fisicamente risulta essenziale. Quasi tutti nel villaggio vegliano, a volte ci si addormenta nel lungo corridoio della longhouse per poi svegliarsi, bere caffè o mangiare noodles. Mettiamo dei cuscini e dell stuoie di fronte alla casa di Jack e ci stendiamo lì chiudendo gli occhi, di fianco a me alcuni anziani parlano sottovoce. Chiedo a Jack che cosa stanno dicendo e mi spiega che stanno raccontando alcune vecchie storie di fantasmi. Gli ordino di tradurmele ma non vuole, ha paura.
Mi racconta solo una storia che è stata appena narrata da sua madre. Una notte, nella casa di una giovane coppia, una donna stava per partorire. Faceva freddo e pioveva e i giovani erano talmente poveri da non avere nemmeno legna per accendere un fuoco. Tutti i soldi disponibili li avevano spesi per seppellire il padre dell’uomo, morto tre giorni prima. A un tratto si sentì il fragore di un tuono tanto forte da sembrare una scossa di terremoto. L’uomo andò a vedere e davanti alla casa vide la bara del padre. Corse fuori e vi guardò dentro, la bara era vuota. L’uomo fece a pezzi la bara di legno e la usò per accendere un fuoco, pochi minuti dopo la moglie diede alla luce un maschio. – La bara era un regalo del suo papà. – Sottolinea Jack rabbrividendo. La morte rimane quasi sempre in una dimensione terrena. Come gli spiriti usufruiscono di alcol e poltrone una volta nell’aldilà così possono aiutare o entrare in contatto con persone vive. Quando una persona muore, le anime escono dal cimitero e vanno dal defunto per accoglierlo e stare con lui. Ogni giorno, dopo il tramonto e alle tre del mattino, viene suonata una campana. Serve ad annunciare il loro arrivo e ritorno al cimitero. Avrei voglia di sentire altri racconti ma non è possibile.
La terza notte tutto è pronto, alcuni uomini legano la bara a delle aste e la portano verso il fiume per poi caricarla sulla barca, sono le quattro del mattino. Immagino come faranno a trasportare tutto quel peso lungo quella collina così ripida e attrverso la giungla, nella completa oscurità. – E se piove? – chiedo a Jack. – Devono farlo lo stesso. – – Una volta un mio amico mi ha detto che la bara pesava tantissimo, lo sai perché? – mi chiede Jack sogghignando. – Perché c’è dentro un cadavere. – – Sì, ma perché sopra la bara siedono gli spiriti che lo accompagnano. – Sorrido. È l’ultima notte di veglia, la campana dice addio agli spiriti che finalmente possono tornare nella loro casa con un nuovo inquilino.
Penso a me davanti a un computer nel mio ufficio a Torino, poi a uno degli amici di Jack mentre asfalta il tratto di un’autostrada nei pressi di Sibou, poi a me mentre sono seduto sul divano di casa mia e sorseggio tè, poi a loro mentre scacciano le mosche e sonnecchiano fra le galline, a me mentre apro il rubinetto della mia doccia, a loro che si fanno lo shampoo al fiume, a me che passeggio per piazza Carlo Alberto, a loro che entrano nella giungla per depositare una bara nella tomba che hanno costruito. Quante piccole azioni quotidiane di cui ignoro l’esistenza stanno avendo luogo ora nel mondo.

E poi qualcuno muore

È passato oltre un anno dalla permanenza in Borneo e in questi ultimi mesi sono stato talmente indolente da non essere in grado di scrivere neanche una riga. Tuttavia sono ancora deciso a mandare avanti questo blog, anche s neon so ancora per quanto.

Dopo 10 giorni sento il desiderio di connettermi con il mondo, non solo per la mancanza di Internet ma anche per avere la possibilità di parlare di nuovo con qualcuno oltre a Jack.
Sono le sette del mattino quando ci incamminiamo verso il fiume per lavarci ed essere pronti a partire ma sul sentiero che porta al fiume Jack si ferma, guarda verso la casa centrale del villaggio e dice: – È morto qualcuno. – Vicino alla casa viene innalzato una sorta di pinnacolo, a indicare il defunto. Si tratta di uno scapolo senza moglie e figli. Jack mi guarda e mi dice che non possiamo più partire. L’usanza vuole che si rimanga fermi per almeno tre giorni, non si indossino abiti o gioielli vistosi, non si faccia rumore e non si lasci il villaggio fino alla sepoltura del corpo. Se la morte dell’uomo fosse capitata pochi giorni prima non avrebbero potuto festeggiare Hari Gawai. – È stato bravo, – dice Jack, – ha aspettato che finissimo di festeggiare. –
Sono un po’ scoraggiato, il mio cervello deve elaborare in fretta altri tre giorni di isolamento. Jack mi propone di tornare a Sibou da solo, ci penso e dico che posso restare, c’è del buono in quello che è capitato, con rispetto parlando per il povero signore defunto.
“Quando muoio mi aiuti tu, quando muori tu ti aiuto io” è questo il principio che si applica alla filosofia del villaggio, la famiglia del defunto mette i soldi ma se il tale non ha famiglia sono gli abitanti ad aiutare e a provvedere al funerale. Viene allestito un gazebo davanti alla sua casa, preparati i pentoloni e tagliata la legna per il fuoco. Le donne portano l’acqua per la zuppa gli uomini salgono in macchina per recarsi nella giungla.
Tagliando rami e piccoli tronchi per farci largo nel bosco mi viene in mente un ragazzo tedesco incontrato a Kuala Lumpur all’inizio della mia permanenza, mi aveva parlato di un’agenzia che organizza piccole spedizioni nella giungla per 500 dollari la settimana. “Devi procedere tagliando i rami con il machete” mi aveva detto eccitato. Io lo sto facendo gratis e probabilmente con meno entusiasmo. Se solo questa gente fosse un po’ più avvezza alle debolezze dell’orang putih potrebbe fare una barca di soldi. Nella giungla cerchiamo tronchi di palma per pulirli e usare il cuore per fare la zuppa.
Tornati al villaggio ci prepariamo per salire sulla longboat e andare a una piccola spiaggia a pochi metri dal villaggio. Lì iniziamo a riempire sacchi di sabbia e a caricarli su un’altra barca diretta verso il cimitero.
Il giorno dopo andiamo al cimitero. Prima di scendere dalla longboat e toccare terra dobbiamo uccidere una gallina e versare del sangue sul terreno. In questo modo avvertiamo gli spiriti del nostro arrivo e al tempo stesso versiamo un tributo per poter entrare nel loro territorio. Non si va mai al cimitero, se non per seppellire qualcuno.
Sulla riva è stata rovesciata tutta la sabbia raccolta il giorno precedente, viene quindi rimessa nei sacchi che vengono trasportati a spalla su una collinetta e lì in una radura dove si ergono minuscole capanne, sono le case dei morti. La sabbia è stata raccolta per costruire la tomba, con agilità sorprendente tutti (tranne me) trasportano i sacchi di cinque o sei kg, inerpicandosi per la collina talmente irta che in alcuni tratti occorre aggrapparsi alle radici degli alberi che fuoriescono dal terreno.
Osservo le altre tombe, le piccole capanne sono costituite da quattro pali e un foglio di lamina che funge da tetto, le fondamenta sono profonde un metro e i pali sono fissati con del cemento preparato sul momento. All’interno si vedono delle poltrone, vestiti appesi con delle grucce, bottiglie di acqua, a volte lattine di birra e sigarette, festoncini colorati, fotografie. Sono dei piccoli salotti in mezzo alla giungla. – Questa è la loro casa, – mi spiega Jack.
Gli Iban hanno acquisito il cristianesimo importato dall’occidente, tuttavia permangono delle credenze animiste. Gli spiriti dei morti abitano nella foresta, vagano nel cimitero e il loro aldilà non è costituito dal Paradiso, da luce o astrazioni simili. Dopo la morte il loro futuro è in quella capanna che sto aiutando a costruire, circondati dagli oggetti che avevano in vita e messi a loro disposizione affinché possano continuare a usarli.
Dopo aver gettato la sabbia per le fondamenta, i ragazzi che hanno aiutato a scavare la buca si dispongono in fila e a uno a uno entrano nella fossa da un lato, escono da quell’opposto e si sciacquano le mani e il viso.
– Che cosa fanno? –
– Devono passare nella tomba, uscirne e lavarsi, altrimenti la loro anima rischia di rimanere lì. –
È affascinante vedere compiere qualcosa legato a una credenza che ai miei occhi risulta quasi magica, ma mi rendo conto che farsi il segno della croce entrando in una chiesa o passando vicino a un campo santo non è tanto diverso.
Ce ne andiamo, prima di avviare il motore della barca Jack mi intima di buttare le bottiglie di bibite e altre cose che abbiamo portato per la mattina. Gli chiedo come mai, dice che è meglio disfarsene, gli spiriti potrebbero averle usate. Mi secca alquanto buttare bottiglie di plastica nel fiume e gli dico che correrò il rischio ma arrabbiato afferra la bottiglia e la getta lontano nell’acqua. Gli chiedo come mai non si disfa anche delle sigarette. Ride. Ho una gran voglia di prendergli l’intero pacchetto e gettarlo nel fiume ma la mia coscienza ecologista ha il sopravvento.