Cambodian visa run

La verità è che non ho voglia di fare questo viaggio. Non è qualcosa che ho programmato ma ho bisogno di uscire dal paese perché i tre mesi di tempo del mio visto turistico stanno per scadere. Faccio fatica a informarmi sui posti da visitare o a prenotare una stanza in un ostello, i prezzi però sembrano decisamente abbordabili, da 7 dollari anche per una stanza privata con bagno.

Il viaggio è noioso e scomodo, mi obbligo a  leggere qualche informazioni sulla Lonely Planet che ho scaricato sul mio Kindle, le guide turistiche sono così scomode da leggere sul Kindle. Prima di salire sull’aereo un gruppo di piccole cambogiane cerca di passarmi davanti, faccio notare che i posti sono prenotati. I loro tratti somatici sono differenti da quelli a cui sono abituato, si capisce che non sono malay, sembrano più simili a thai ma forse più grezzi. Sono seduto tra due ragazze cambogiane, non potrei essere più scomodo. Quella alla mia sinistra mi chiede di compilarle il modulo per l’ufficio immigrazione, cerco di aiutarla e mi chiedo perché non riesca da sola: è scritto sia in khmer che in inglese. Forse non ha mai viaggiato, non parla inglese molto bene. Alla mia destra, l’altra ragazza sembra più navigata, il suo inglese è buono e si presta anche lei a compilare il modulo della connazionale. Al momento del decollo una donna si alza in piedi, l’assistente di volo le corre incontro e cerca di immobilizzarla per farla tornare al suo posto. – Devo andare in bagno! – dice la ragazza, sembra seccata. – Stiamo decollando! – dice l’assistente di volo, sembra incazzato. Mi viene da ridere. La mia vicina di sinistra inizia a vomitare. Sospiro. Alla fine del viaggio la vicina destra mi dice: – Ha vomitato sette volte! – ma non so che rispondere, mi rivolgo alla vicina sinistra e le chiedo se sta meglio.

Ogni volta che arrivo in una nuova città ho un certo timore, nessuna fa eccezione. Alla fine della mia visita posso essermi innamorato di alcuni posti o averli trovati noiosi e insipidi ma l’inizio non fa differenza. Penso che sia un timore atavico presente nella mia famiglia di non viaggiatori, non posso vincerlo. Prenoto un tuk tuk e mi chiedo se il prezzo sia quella giusto ma secondo la Lonely Planet dovrebbe aggirarsi intorno ai 10 dollari, io ne spendo 7 ma mi sembra comunque troppo caro. L’autista è particolarmente gentile, mi offre un tour di Phnom Penh per 25 dollari inclusi i Killing Fields. Prenderò il suo numero di telefono alla fine del tragitto ma non lo chiamerò, un tour di quel genere costa 20 dollari. Ci immergiamo in un fiume di motociclette e tuk tuk, è l’ora di punta. Tutta la città è di colore grigio e seppia, ma i toni sono slavati. Grigie sono le strade, il cielo coperto di nuvole e smog e le facce delle persone talvolta nascoste da mascherine per non respirare i chili di polvere che si insinua ovunque. I vestiti delle persone sono grigi, molti cambogiani indossano delle camicie, alcuni sembrano eleganti. Mi annodo la sciarpa intorno alla faccia e mi infilo gli occhiali da sole per evitare che la polvere mi entri negli occhi. Mi sento grigio anche io.

Tuk-tuk

 

Traffic

L’hotel e silenzioso e lo staff sembra gentile, la camera è spaziosa e malinconica, costa 9 dollari a notte. Non ricordo l’ultima volta che ho avuto una stanza con bagno privato tutta per me. Sono la Virigina Woolf cambogiana. Mi faccio una doccia e cerco di capire come posso impiegare la serata, è presto. Scrivo a Victor ma non riesco a usare il mio telefono, la compagnia malesiana qui non funziona e ovviamente lui è senza credito. Faccio un visita su Grindr e controllo quanti gay ci sono in zona, cambio lo status del mio profilo e chiedo cosa si può fare la prima notte in Phnom Penh. Fra le svariate e sempre originali offerte sessuali mi risponde Vana che mi invita a un concerto francese alla Meta House, il circolo culturale tedesco che è anche una galleria d’arte e a volte proiettano dei film. Studio il percorso e mi incammino verso il centro. Mille persone mi chiedono se mi occorre un tuk tuk o una moto, rifiuto sempre sorridendo, so che stanno facendo il loro lavoro e hanno bisogno di ogni singolo dollaro ma io voglio camminare. Arrivo alla Meta House e Vana mi riconosce quasi subito, è molto gentile, ascoltiamo un po’ di musica poi esco fuori per fumare e bere una birra, sono a stomaco vuoto. Ci sono prevalentemente occidentali lì, ragazzi giovani che lavorano o fanno volontariato per Ngo, tento di parlare con una di loro ma mi risponde a monosillabi. Dopo il concerto Vana mi porta in un bar lì vicino per incontrare dei suoi amici. Uno è un signore australiano che lavora per un Ngo in Bangkok, sembra economicamente benestante, potrebbe avere 45 anni o forse più. L’altro è un giovane ragazzo indonesiano senza lavoro. Stanno insieme da molto tempo. Vana mi chiede cosa voglio vedere, gli rispondo che voglio visitare le principali mete turistiche, in particolare i Killing Fields. Mi chiede: – Perché vuoi andare lì? –. Non mi aspetto la domanda: – È una testimonianza importante di un periodo che ha segnato la storia in Cambogia e di cui so quasi nulla. – Sembro un libro di testo.

Visito tutto quello che c’è da vedere, i Killing Fields mi rendono triste, lì sono state massacrate migliaia di persone durante il Khmer Rouge, il partito dittatoriale al potere alla fine degli anni settanta. Paragono quell’evento al nostro olocausto. A differenza del nazismo in questo caso non sembrano esserci regole, chiunque può essere sospettato o arrestato. Gli intellettuali e artisti sono i più probabili sospetti. L’audioguida spiega tutti gli avvenimenti molto bene, ascolto anche delle testimonianze dirette. Visito le prigioni di Tuol Sleng, chiamate S-21, enormi casermoni nel cuore della città. Prima di essere usati come prigioni e luoghi di tortura, quegli edifici erano un complesso scolastico. Penso che è tristemente ironico tramutare una scuola in una prigione e un luogo di tortura.

Una sera chiedo a Vana del Khmer Rouge. Il periodo durò dal 1975 al 1979, deve avere qualche parente coinvolto o perfino i suoi genitori, penso. Mi racconta che lui viene da Battambang, una piccola città vicino a Siam Reap, suo zio era un pittore, un giorno scomparve. Probabilmente fu arrestato e portato nei campi, forse vive da qualche parte in Cambogia o in un altro paese ma non si è mai messo in contatto con i suoi familiari. Mi dice anche che i suoi genitori avevano aderito a un piano di fuga, si trattava di mettersi in salvo e partire per un altro paese. Per farlo dovevano raggiungere una città a diversi chilometri da Battambang. La maggior parte delle persone che vivevano in città era in fuga. La sera in cui si aspettavano un’incursione da parte della polizia, i suoi genitori si misero a correre, cercando di raggiungere la città da dove poter partire. Corsero per ore, una volta arrivati suo padre si ricordò improvvisamente della madre lasciata in città. Decisero così di tornare indietro e di rimanere in Cambogia. La storia mi suona familiare e ci sono molte cose che vorrei sapere ma non faccio altre domande.

Il palazzo reale è interessante ma un po’ deludente in confronto a quello di Bangkok, il museo nazionale raccoglie una serie di rovine per la maggior parte provenienti da Angkor Wat, un percorso didattico e diversi oggetti in teche di vetro. Cerco di interessarmi ma ci riesco a fatica. È un posto grazioso, specialmente per il giardino interno e il silenzio, non ci sono motociclette qua.

Faccio fatica a trovare da mangiare, sono troppo pigro per andare ogni sera in un mercato diverso e non ho abbastanza soldi per provare i ristoranti della Lonely Planet. Ma a Phnom Penh vendono pane, baguettes, e spesso si trovano baracchini per strada che preparano una baguette imbottita di carne e  verdura fresca per uno o due dollari. Non c’è niente di simile in Malesia. Un’altra cosa che mi piace sono i piccoli bar indipendenti, i negozi di abbigliamento o di oggetti creati da artigiani locali. In Malesia quasi tutto è raggruppato in un grande mall o una catena. Non ci sono catene di negozi qui, vedo solo un KFC, un Gloria Jean’s, un negozio Adidas, alcuni franchising europei ma niente di più. Visito alcuni mercati, il mercato russo e quello centrale. Cerco di comprare alcune sciarpe ma non mi piace contrattare, anche se non è così difficile ottenere un cinquanta per cento in meno dal prezzo di partenza. I mercati sembrano tutti uguali, sono meno turistici del Grand Bazaar di Istanbul ma vendono pressapoco le stesse cose. Dovrei comprare un paio di pantaloni e delle scarpe, i prezzi sono bassissimi e i miei indumenti sono ormai visibilmente usurati, ma non mi va di comprare.

Market

 

Yellow

Non c’è tregua a Phnom Penh, non ci sono spazi per camminare tranquillamente o per sedersi e il sole in aprile è implacabile. I bambini chiedono soldi, parlano bene inglese ma recitano le loro frasi ad affetto senza troppa convinzione, la parte è sempre la stessa. Una bambina vuole vendermi dei braccialetti e mi chiede di giocare a sasso, carta, forbice. Se perdo compro se no mi regala un braccialetto. Gioco e perdo, sceglie per me tre braccialetti, le do un dollaro. Parlo con il ragazzo alla reception del mio hotel. Mi dice che è sposato ma sua moglie vive in un altro hotel, fa il suo stesso lavoro. Mi parla di suo figlio che ha un anno e vive con la sorella in campagna, ogni volta che va a trovarlo non lo riconosce.

Visito il più possibile, le persone che incontro mi chiedono se ho avuto brutte esperienze ma non mi è accaduto nulla. Gli occidentali sono un facile bersaglio, specie perché il più delle volte devono affidarsi agli autisti di tuk tuk che fanno in fretta a infilarsi in qualche vicolo per rapinarti. Passo un mattino su un’isola in mezzo al Mekong, non ricordo il nome ma Ron mi consiglia di andare, lì può fare il giro completo e andare in una spiaggia per fare il bagno. Non ci sono occidentali lì, mi fermo in una casa di Khmer e mi fanno vedere come filano la seta, mi cimento a mia volta con scarsi risultati e rischiando di distruggere ore di lavoro. Occorrono due giorni per fare una sciarpa con un motivo semplice a due fili. Arrivo in spiaggia piena di piccoli gazebo dove ci si può stendere per ripararsi dal sole. Non è possibile nuotare perché l’acqua è troppo bassa ma faccio comunque il bagno e mi addormento all’ombra mentre Ron si lava.

Scarf

 

Beach

Il giorno dopo decido di visitare Oudong, la vecchia capitale, non c’è quasi nulla da vedere ma ho tempo. Sono tre piccoli templi in un sito a circa 40 km dalla città. Arrivo vicino a una scuola, ci sono diversi bambini in uniforme che girano lì intorno. Compro da bere e un ragazzo mi chiede da dove vengo. Gli rispondo e ovviamente inizia a seguirmi, non mi sento di mandarlo via. Jena inizia a spiegarmi la storia delle tre stupa rimaste, tutte ricostruzioni dopo i bombardamenti dell’ultima guerra. Sa molte cose e il suo inglese è buono, si assicura di continuo se capisco quello che dice. Gli chiedo dove ha imparato l’inglese e mi dice a scuola, ha 19 anni. Mi spiega che adesso la scuola è diventata privata e gli insegnanti chiedono 30 dollari al mese agli allievi, lui è all’ultimo anno, vorrebbe lavorare nel turismo. Finito il giro mi suggerisce di comprare da mangiare in uno dei locali lungo la strada. Gli spiego che non posso spendere molto e rifiuto quando mi chiedono 8 dollari per un piatto di riso. Troviamo un posto a 5 dollari e gli chiedo che cosa vuole.

– Io? No, niente.

– Hai già mangiato?

– No

– Non hai mangiato nulla da ieri?

– No

– Mangia ora con me, che cosa vuoi?

Non sa che cosa dire, poi ordina quello che ho preso io, fried rice with chicken. Gli chiedo se ha fratelli o sorelle e dove sono i suoi genitori. Jena ha due fratelli, uno più grande  e l’altro più giovane, suo padre e morto quando era piccolo e la madre è morta due mesi fa. Gli chiedo di cosa, non sa le parole ma capisco che si tratta di cancro. A un tratto dice che due mesi fa sua madre era lì e che ora non c’è più e che spesso si sente triste perché non può più vederla e parlarle. Sono rivelazioni banali per chi ha perso un genitore  ma Jena le racconta come se le stesse realizzando per la prima volta. Penso che ha solo 19 anni e che possibilmente non ha il tempo di rendersi conto di quello che è successo o di realizzare il lutto. Essere tristi o depressi, anche per la morte di qualcuno, è un lusso di persone benestanti o almeno di chi non deve pensare a come procurarsi da mangiare. Ha gli occhi lucidi, io ho un groppo in gola. Mangia in fretta e quando finisce ride e dice che è stato fortunato a incontrarmi, non mangia quasi mai fried rice e si sente veramente pieno. Ron arriva a cercarmi. Finisco la birra e partiamo. Jena mi chiede un supporto per la scuola, usa queste parole. Il linguaggio tecnico tradisce una certa premeditazione ma ovviamente deve chiedere soldi. Mi chiede 30 dollari per un mese di scuola ma gli spiego che sono troppi, posso dargliene solo 10. Mi sorride e dice: – Grazie! Sono quasi due settimane! –. Mi chiedo quanto ci sia di falso in Jena, in quello che mi ha raccontato ma decido nel medesimo istante che non me ne importa. Le cose che ha detto su sua madre o il fatto di non aver mai visitato Phnom Penh in vita sua sono dettagli che veri o meno cambiano ben poco. Gli credo e se sbaglio poco importa. Gli diamo un passaggio alla scuola, poi mi saluta quasi con affetto e mi ringrazia ancora. Mi lego la sciarpa intorno al viso e dico a Ron di partire, è ora.