Sepoltura

La salma deve rimanere in casa, ma non più di tre giorni, perché poi puzza. Non si sentono rumori nel villaggio eccetto i lamenti delle delle donne che piangono il defunto. In questo caso non sono parenti ma comparse. I nipoti dell’uomo che ci ha lasciati arrivano portando la bara e pagando alcuni degli abitanti che hanno anticipato le spese per la cerimonia e il cibo. Ogni sera si mangia insieme, sotto il gazebo costruito per l’occasione.
Non conosco molto dei riti funebri di altri paesi, a dire il vero conosco poco del mio e quando mi domandano qualcosa realizzo come siano differenti le tradizioni in Italia tra nord e sud. Non so nemmeno se quello che ho fatto io per i funerali dei miei nonni sia comune o meno. In questi momenti gli Iban stanno insieme, sicuramente si tratta anche di convenzione sociale e non solo generosità di spirito ma essere presenti fisicamente risulta essenziale. Quasi tutti nel villaggio vegliano, a volte ci si addormenta nel lungo corridoio della longhouse per poi svegliarsi, bere caffè o mangiare noodles. Mettiamo dei cuscini e dell stuoie di fronte alla casa di Jack e ci stendiamo lì chiudendo gli occhi, di fianco a me alcuni anziani parlano sottovoce. Chiedo a Jack che cosa stanno dicendo e mi spiega che stanno raccontando alcune vecchie storie di fantasmi. Gli ordino di tradurmele ma non vuole, ha paura.
Mi racconta solo una storia che è stata appena narrata da sua madre. Una notte, nella casa di una giovane coppia, una donna stava per partorire. Faceva freddo e pioveva e i giovani erano talmente poveri da non avere nemmeno legna per accendere un fuoco. Tutti i soldi disponibili li avevano spesi per seppellire il padre dell’uomo, morto tre giorni prima. A un tratto si sentì il fragore di un tuono tanto forte da sembrare una scossa di terremoto. L’uomo andò a vedere e davanti alla casa vide la bara del padre. Corse fuori e vi guardò dentro, la bara era vuota. L’uomo fece a pezzi la bara di legno e la usò per accendere un fuoco, pochi minuti dopo la moglie diede alla luce un maschio. – La bara era un regalo del suo papà. – Sottolinea Jack rabbrividendo. La morte rimane quasi sempre in una dimensione terrena. Come gli spiriti usufruiscono di alcol e poltrone una volta nell’aldilà così possono aiutare o entrare in contatto con persone vive. Quando una persona muore, le anime escono dal cimitero e vanno dal defunto per accoglierlo e stare con lui. Ogni giorno, dopo il tramonto e alle tre del mattino, viene suonata una campana. Serve ad annunciare il loro arrivo e ritorno al cimitero. Avrei voglia di sentire altri racconti ma non è possibile.
La terza notte tutto è pronto, alcuni uomini legano la bara a delle aste e la portano verso il fiume per poi caricarla sulla barca, sono le quattro del mattino. Immagino come faranno a trasportare tutto quel peso lungo quella collina così ripida e attrverso la giungla, nella completa oscurità. – E se piove? – chiedo a Jack. – Devono farlo lo stesso. – – Una volta un mio amico mi ha detto che la bara pesava tantissimo, lo sai perché? – mi chiede Jack sogghignando. – Perché c’è dentro un cadavere. – – Sì, ma perché sopra la bara siedono gli spiriti che lo accompagnano. – Sorrido. È l’ultima notte di veglia, la campana dice addio agli spiriti che finalmente possono tornare nella loro casa con un nuovo inquilino.
Penso a me davanti a un computer nel mio ufficio a Torino, poi a uno degli amici di Jack mentre asfalta il tratto di un’autostrada nei pressi di Sibou, poi a me mentre sono seduto sul divano di casa mia e sorseggio tè, poi a loro mentre scacciano le mosche e sonnecchiano fra le galline, a me mentre apro il rubinetto della mia doccia, a loro che si fanno lo shampoo al fiume, a me che passeggio per piazza Carlo Alberto, a loro che entrano nella giungla per depositare una bara nella tomba che hanno costruito. Quante piccole azioni quotidiane di cui ignoro l’esistenza stanno avendo luogo ora nel mondo.

E poi qualcuno muore

È passato oltre un anno dalla permanenza in Borneo e in questi ultimi mesi sono stato talmente indolente da non essere in grado di scrivere neanche una riga. Tuttavia sono ancora deciso a mandare avanti questo blog, anche s neon so ancora per quanto.

Dopo 10 giorni sento il desiderio di connettermi con il mondo, non solo per la mancanza di Internet ma anche per avere la possibilità di parlare di nuovo con qualcuno oltre a Jack.
Sono le sette del mattino quando ci incamminiamo verso il fiume per lavarci ed essere pronti a partire ma sul sentiero che porta al fiume Jack si ferma, guarda verso la casa centrale del villaggio e dice: – È morto qualcuno. – Vicino alla casa viene innalzato una sorta di pinnacolo, a indicare il defunto. Si tratta di uno scapolo senza moglie e figli. Jack mi guarda e mi dice che non possiamo più partire. L’usanza vuole che si rimanga fermi per almeno tre giorni, non si indossino abiti o gioielli vistosi, non si faccia rumore e non si lasci il villaggio fino alla sepoltura del corpo. Se la morte dell’uomo fosse capitata pochi giorni prima non avrebbero potuto festeggiare Hari Gawai. – È stato bravo, – dice Jack, – ha aspettato che finissimo di festeggiare. –
Sono un po’ scoraggiato, il mio cervello deve elaborare in fretta altri tre giorni di isolamento. Jack mi propone di tornare a Sibou da solo, ci penso e dico che posso restare, c’è del buono in quello che è capitato, con rispetto parlando per il povero signore defunto.
“Quando muoio mi aiuti tu, quando muori tu ti aiuto io” è questo il principio che si applica alla filosofia del villaggio, la famiglia del defunto mette i soldi ma se il tale non ha famiglia sono gli abitanti ad aiutare e a provvedere al funerale. Viene allestito un gazebo davanti alla sua casa, preparati i pentoloni e tagliata la legna per il fuoco. Le donne portano l’acqua per la zuppa gli uomini salgono in macchina per recarsi nella giungla.
Tagliando rami e piccoli tronchi per farci largo nel bosco mi viene in mente un ragazzo tedesco incontrato a Kuala Lumpur all’inizio della mia permanenza, mi aveva parlato di un’agenzia che organizza piccole spedizioni nella giungla per 500 dollari la settimana. “Devi procedere tagliando i rami con il machete” mi aveva detto eccitato. Io lo sto facendo gratis e probabilmente con meno entusiasmo. Se solo questa gente fosse un po’ più avvezza alle debolezze dell’orang putih potrebbe fare una barca di soldi. Nella giungla cerchiamo tronchi di palma per pulirli e usare il cuore per fare la zuppa.
Tornati al villaggio ci prepariamo per salire sulla longboat e andare a una piccola spiaggia a pochi metri dal villaggio. Lì iniziamo a riempire sacchi di sabbia e a caricarli su un’altra barca diretta verso il cimitero.
Il giorno dopo andiamo al cimitero. Prima di scendere dalla longboat e toccare terra dobbiamo uccidere una gallina e versare del sangue sul terreno. In questo modo avvertiamo gli spiriti del nostro arrivo e al tempo stesso versiamo un tributo per poter entrare nel loro territorio. Non si va mai al cimitero, se non per seppellire qualcuno.
Sulla riva è stata rovesciata tutta la sabbia raccolta il giorno precedente, viene quindi rimessa nei sacchi che vengono trasportati a spalla su una collinetta e lì in una radura dove si ergono minuscole capanne, sono le case dei morti. La sabbia è stata raccolta per costruire la tomba, con agilità sorprendente tutti (tranne me) trasportano i sacchi di cinque o sei kg, inerpicandosi per la collina talmente irta che in alcuni tratti occorre aggrapparsi alle radici degli alberi che fuoriescono dal terreno.
Osservo le altre tombe, le piccole capanne sono costituite da quattro pali e un foglio di lamina che funge da tetto, le fondamenta sono profonde un metro e i pali sono fissati con del cemento preparato sul momento. All’interno si vedono delle poltrone, vestiti appesi con delle grucce, bottiglie di acqua, a volte lattine di birra e sigarette, festoncini colorati, fotografie. Sono dei piccoli salotti in mezzo alla giungla. – Questa è la loro casa, – mi spiega Jack.
Gli Iban hanno acquisito il cristianesimo importato dall’occidente, tuttavia permangono delle credenze animiste. Gli spiriti dei morti abitano nella foresta, vagano nel cimitero e il loro aldilà non è costituito dal Paradiso, da luce o astrazioni simili. Dopo la morte il loro futuro è in quella capanna che sto aiutando a costruire, circondati dagli oggetti che avevano in vita e messi a loro disposizione affinché possano continuare a usarli.
Dopo aver gettato la sabbia per le fondamenta, i ragazzi che hanno aiutato a scavare la buca si dispongono in fila e a uno a uno entrano nella fossa da un lato, escono da quell’opposto e si sciacquano le mani e il viso.
– Che cosa fanno? –
– Devono passare nella tomba, uscirne e lavarsi, altrimenti la loro anima rischia di rimanere lì. –
È affascinante vedere compiere qualcosa legato a una credenza che ai miei occhi risulta quasi magica, ma mi rendo conto che farsi il segno della croce entrando in una chiesa o passando vicino a un campo santo non è tanto diverso.
Ce ne andiamo, prima di avviare il motore della barca Jack mi intima di buttare le bottiglie di bibite e altre cose che abbiamo portato per la mattina. Gli chiedo come mai, dice che è meglio disfarsene, gli spiriti potrebbero averle usate. Mi secca alquanto buttare bottiglie di plastica nel fiume e gli dico che correrò il rischio ma arrabbiato afferra la bottiglia e la getta lontano nell’acqua. Gli chiedo come mai non si disfa anche delle sigarette. Ride. Ho una gran voglia di prendergli l’intero pacchetto e gettarlo nel fiume ma la mia coscienza ecologista ha il sopravvento.

Hari Gawai

Iniziano i grandi preparativi per Hari Gawai che ufficialmente si tiene a mezzanotte del 31 maggio, è una specie di anno nuovo in cui parenti e amici si rivedono dopo tanto tempo e festeggiano il nuovo periodo sperando che sia prospero in termini di raccolto e fortuna.
L’usanza prevede che gli ospiti arrivino alla long house chiedendo di entrare. Jackack mi aveva anticipato che avrei dovuto fare da esca per eventuali ospiti, sedendomi sui gradini del portico e invitando i passanti a unirsi ai festeggiamenti. Ma a quanto pare non ci sono ospiti e questo mi mette un po’ di tristezza anche se era prevedibile. Il villaggio è composto da due long house e dista chilomentri dal primo centro abitato, quindi gli ospiti sono lì a sbronzarsi da giorni. Mi sorprende come i festeggiamenti siano nettamente divisi tra le due long house, immagino che fra alcuni di loro non corra buon sangue.
Non essendoci persone in visita gli osti fungono anche da ospiti. Continua a sembrarmi un po’ triste come cosa ma in un certo senso è anche affascinante perché diventa una specie di messa in scena e lo scopo è quello di far rivivere la tradizione. Tutti si mettono in ghingheri, innalzano la bandiera malesiana e scendono al fiume con tutti gli strumenti, suonando la sinfonia tradizionale. Dopo risaliamo dal fiume ed entriamo nella long house dove in cima a una delle scale ci aspetta il capo del villaggio con un gallo in mano. Ci bagniamo i piedi in un bacinella per purificare il nostro ingresso e passiamo davanti. Al passaggio il capo solleva il gallo sulle teste di ogni ‟ospite” come segno di buon auspicio. Una volta entrati pranziamo e beviamo insieme.
Poco più tardi, gli anziani aiutano i giovani a preparare il miri, il cibo degli spiriti. Sono frutti secchi, biscotti, tabacco, una strana pasta bianca che viene spalmata su delle foglie. Jack mi spiega che è importante che i giovani imparino, affinché la tradizione non venga persa. Il rituale richiede un certo tempo e sembra seguire regole precise anche per quanto riguarda la disposizione, tutto il cibo viene messo all’interno di un cesto e appeso alle finestre del portico, poi coperto con un telo vecchio di decine di anni, a volte anche un secolo. Uno dei giovani prepara i bicchieri del rice wine per i presenti, l’anziana della casa prende un gallo, lo pone al ragazzo che ne taglia un pezzo della cresta e bagna alcune foglie con il sangue che verrano messe nel cesto. Il gallo viene poi sollevato e agitato più volte sui presenti e sul cesto. In questo modo, durante la notte di Gawai, gli spiriti non andranno in collera perché troveranno qualcosa da mangiare. Chiedo a Jack se crede a tutto questo. Non è convinto del fatto che i fantasmi possano mangiare il loro cibo ma molte persone ne sono fermamente convinte, e ovviamente è tradizione. Dopo tutto, il mattino successivo le ceste saranno vuote.

Hari-Gawai-Malaysia2

Hari-Gawai-Malaysia

Cerco di riposare il più possibile e salto alcune visite, a quanto dicono sono previsti festeggiamenti per tutta la notte e la veglia fino all’alba. Mi preparo fisicamente e psicologicamente. La serata prevede una gara di karaoke (con tanto di giuria) e una lotteria. Mi chiedono di cantare ma sono irremovibile, in compenso estraggo qualche numero, presento i vincitori con la scioltezza di Mike Bongiorno e offro loro i premi con la grazia di Sabina Ciuffini.
Alle 22 Jack è distrutto e va a letto, sono allibito. Continuo a bere e a ballare con i suoi amici, a mezzanotte scoppiano alcuni botti, giugno è finalmente arrivato. Mi accorgo che la long house si è svuotata e chiedo come mai. Mi spiegano che la maggior parte di loro è andata al fiume a lavarsi per purificarsi da tutto quello che di negativo è successo l’anno precedente. Mi secca aver perso anche questo rituale ma Jack è ancora in coma e i suoi amici ubriachi. Continuo a ballare, sono stanco ma il mio intento diabolico e farli crollare il più in fretta possibile. Bevo grandi quantità d’acqua e intervallo raramente con della birra, ballo forsennatamente e incito a seguirli conscio che per loro deve essere uno sforzo immane. Jack emerge all’1 ma non sembra in forma. Io riscuoto un certo successo e da dieci rimaniamo in quattro. Noto che la madre di Jack aspetta che tutti finiscano per ritirare lo stereo e le casse così decido di chiudere il ‟locale” alle 3, tutti acconsentono. Sono incuriosito da loro comportamento, hanno passato la serata a incitarmi e alla fine sono tutti caduti prima del tempo!
Pensando che il grosso dei festaggiamenti sia ormai fatto e non essendo al corrente del programma della giornata mi perdo gran parte del tour delle case. Il primo di giugno si beve e si mangia a ogni appartamento della long house, questa volta c’è molta più gente perché le donne non devono sgobbare in cucina. Credevo fossero le ennesime visite a caso quindi non ci do molta importanza ma Jack sembra molto infastidito dalla mia assenza che per forza di cose spicca, in quanto proprio quel giorno sono tutti lì. Li raggiungo nel primo pomeirggio, passiamo di casa in casa, bevendo e mangiando. È dura per me mantenere il ritmo, non tanto per l’alcol quanto per l’impossibilità di comprendere gli innumerevoli discorsi, anche se da ubriachi sono meno timidi e provano a parlare con me un po’ di più, tentativo che è spesso sabotato dall’alcol. La sera ci aspettano ancora birra, danze e canzoni.